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Vivere in un borgo o in una località isolata: differenze, ombre e luci.

Pensare alla vita in un borgo più o meno isolato è un bell’esercizio mentale: se ti ci vedi, è un inizio.

Ad esempio:

  • l’idea di vedere sempre le stesse persone, o addirittura nessuno per giorni di seguito, come la vivi?
  • iniziare la giornata con la luce dell’alba e chiuderla con il tramonto — d’inverno significa cenare e andare a letto con le galline —, come ti suona?
  • e il silenzio, totale a parte rumori e versi di animali, come lo senti?

Se ti sale l’ansia solo al pensiero, forse meglio evitare.

Perché l’obiettivo è vivere, non sopravvivere.

E solo tu sai dove ti senti abbastanza al sicuro da sentirti davvero te.

Qualche mese fa sono stata a Offagna per una presentazione del mio libro TuttoTorna. Come trovare chiarezza mentale e sbloccare il tuo futuro con le tecniche del Visual Thinking.

Offagna è un borgo nelle Marche, alle spalle di Sirolo e del Conero. È un esempio tipico di luogo storico, ricco di scorci affascinanti e di silenzio – campane a parte.

Viverci è possibile, se ti ci vedi.

Cristian Tava — colui che mi intervista in questi video – l’ha fatto e con la sua famiglia ha dato il via a un progetto di comunità, coworking e vita nel borgo.

Il progetto è narrato nel sito web dedicato a Borgo Offagna e nell’omonimo podcast: trovi tutti i riferimenti in fondo a questo articolo!

A cosa rinunci vivendo in un borgo

A cosa rinunci? Alla scelta.

Nel cibo, negli acquisti, nelle attività culturali, sportive e sociali.

Ne senti la mancanza? Resta in città.
Pensi che non sia un problema? Benvenuto nel borgo.

Dopo il Covid: nuove famiglie in campagna

Dopo il Covid, alcune delle fattorie intorno a me in Toscana hanno visto arrivare famiglie giovani. Prima ci vivevano solo i nonni, poi temporaneamente i figli con i nipoti, poi sono rimasti.

Uno di loro mi raccontava che ha fatto in modo di lavorare da qui e di occuparsi insieme al bed&breakfast di famiglia. La differenza? La bambina lascerà la scuola di danza e farà lo sport che si pratica qui.
Le dinamiche familiari e lavorative trovano nuovi modi per esprimersi, non è compromesso o rinuncia.
Vedi tutto quello che è possibile fare, e qualcosa fai.

Lavoro a distanza e vita fuori città

Se si può lavorare a distanza, il problema non si pone.
La connessione unisce e mette in relazione realtà che vent’anni fa si raggiungevano a fatica con il telefono.

Lavorare, si lavora anche se il posto è bello.

Non è che siccome hai un panorama davanti allora perdi concentrazione e ti perdi nell’estasi del paesaggio.

Il fatto che colleghiamo il lavoro “vero” alla tristezza di un posto senza stimoli e senza bellezza – come se lavorare in un bel posto non fosse lavoro – la dice lunga sulla nostra idea culturale di lavoro, più che sul lavoro in sé.

Il mio equilibrio tra isolamento e produttività

Io, ad esempio, mi sento molto produttiva nelle giornate toscane in isolamento.
Vedo poche persone, a volte nessuno.

Se mi distraggo, mi guardo intorno e sto bene.
La giornata dura un tempo che mi permette di sentire di aver fatto qualcosa.

Ho le solite incombenze casalinghe che mi coinvolgono il giusto, e mi concentro facilmente per leggere, studiare, scrivere.
Mi sento me stessa, centrata, e questo mi ha permesso ad esempio di portare avanti il progetto del mio libro.

Isolamento o città: due rischi opposti

Il rischio? Chiudersi in sé, forse. Abbruttirsi, anche.
Se non ti prendi cura di te, per te, e lo fai solo per lo sguardo degli altri, allora lasciarsi andare è una possibilità.

Il rischio minore per me è l’isolamento.
Mi spaventa di più l’idea opposta: perdermi, diluirmi in una rete di occasioni e relazioni senza controllo.

Il rischio dell’isolamento è chiudersi.
Il rischio della città è perdersi.

Sperimentare: un esercizio di self-empowerment

Sto rileggendo il libro Persona Empowerment di Massimo Bruscaglioni e ho ritrovato uno spunto molto interessante nell’approccio del self-empowerment: la sperimentazione.

È un esercizio che puoi fare:

  • Apriti alla possibilità di vivere in un borgo isolato, prova a vederti. Guardati nei gesti quotidiani e ascolta il tuo corpo: che cosa ti dice? Se senti disponibilità, vai avanti. Se i segnali sono di disagio, sperimenta altre possibilità… questa magari non fa per te, non ora.
  • Guarda mappe e foto di posti possibili e individua una località che ti dia ispirazione al bello e la giusta (per te) dose di sicurezza. Ad esempio, una distanza di “tot” km da una città – dove tot = il numero che ti dà un senso di nausea tollerabile.
  • Attiva i canali che ti possono portare a trovare un posto dove stare (gita in loco, passa parola, ricerca web e AI). Non ‘devi’ fare nulla: solo mettere in campo possibilità e restare in ascolto delle sensazioni che emergono. Datti tempo.
  • Trasferisciti per una settimana, o un mese, un periodo in cui calarti nella nuova realtà. Vivi una tua quotidianità in distaccamento. Qualunque periodo tu scelga, obbligati a non rimanerci neanche un giorno di più.

In questo esercizio non decidi nulla, fai un esperimento del tutto reversibile.
Stai facendo spazio alle possibilità e ti mobiliti per esplorarle passo passo, senza fretta (non è un’urgenza) e senza obbligo (non è un bisogno vitale).
Nel percorso puoi scoprire che non fa per te e va benissimo, l’esperimento è comunque riuscito.
Registra quello che senti, come stai. Non giudicarti, guardati con curiosità e ascolta la tua risposta fisiologica.

Solo il corpo ti sa dire come stai. Imparare ad ascoltarlo chiede tempo, e ascolto e pazienza. Altrimenti, rimane un mero esercizio intellettuale.

Nota a margine: questo libro di Bruscaglioni è stato uno dei passi fondamentali nella mia formazione e crescita personale:
M. Bruscaglioni, Persona Empowerment. Poter aprire nuove possibilità nel lavoro e nella vita, Franco Angeli, Milano, 2007

Non a caso è nella bibliografia del mio libro!


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