Parliamo spesso del tempo che manca.
Molto meno dello spazio che non abbiamo.
Eppure, a volte, non è il tempo a sfuggirci ma lo spazio necessario per accoglierlo.
Questo articolo nasce da una riflessione semplice — quasi casuale — sul parlare del tempo che fa, sulle pause nelle conversazioni e su un disegno ritrovato tra appunti sparsi.
Da lì si è aperta una domanda più grande: che relazione c’è tra tempo, spazio e modo di pensare?
Parlare del tempo: piccoli rituali quotidiani e pause nelle relazioni
Parlo del tempo – il tempo che fa – quando non si sa che cosa dire, ad esempio al telefono, quando il silenzio peserebbe perché la parola è l’unica comunicazione che passa.
Pensavo fosse triste parlare del tempo che fa, poi ho deciso che no, non lo è. È condividere una sensazione su un argomento senza troppe implicazioni.
E a volte mi dà il tempo – quello in minuti secondi – per farmi venire in mente altre cose da dire.
Una parola tira l’altra, no?
Parlo volentieri del tempo che fa in fila al negozio, specie quando il negozio è piccolo e si aspetta fuori. Il Covid è ancora un convitato di pietra, in certe situazioni.
Parlo meno del tempo che manca, del tempo che fugge, del tempo che corre… tutti modi di dire in cui stranamente il tempo è il soggetto ma non è mai presente… C’era, non c’è, sta scappando.
Se vuoi avere tempo, fai spazio: il ribaltamento
Lo dico, e ci credo.
Siamo così presi dal tempo che non consideriamo l’altra faccia della medaglia, lo spazio. Perché davvero, molto spesso non è vero che non troviamo tempo… è che non abbiamo spazio. Spazio in testa, nelle giornate, nei discorsi.
Per questo disegnare il tempo aiuta: gli dai una forma e vedi che occupa uno spazio, che ne ha bisogno.
Poche settimane fa ho seguito online la Sketchnote week, una settimana dedicata al linguaggio visuale.
Un’occasione per vederlo applicato in contesti diversi: personali, scolastici, lavorativi, attraverso punti di vista diversi. Non tutto era nuovo, ma tutto era interessante, a suo modo.
Il tempo come pausa: l’immagine e l’intuizione

Un’immagine mi ha colpito e l’ho copiata.
L’ho ritrovata ieri in un mucchio di appunti sparsi, senza referenze.
Mi ha colpito perché racconta il tempo come pausa, come tempo da darsi per non andare veloci e per concedersi lentezza (Daniel Kahneman, sempre lui).
Linguaggio visuale e tempo: vedere nuovi punti di vista
Il linguaggio visuale è anche questo: darsi il tempo di dire qualcosa in modo diverso, prendersi il tempo per vedere cose nuove, o nuovi punti di vista.
È l’invito esplicito che trovi nel mio libro TuttoTorna ed è implicito in ogni mia attività di coach e formatrice.
Ho dato questo disegno a Chat GPT, chiedendo di tradurlo in parole. Mi ha restituito una descrizione evocativa, immaginando che fosse l’immagine stessa a parlare. Non è il linguaggio che uso io ma evidentemente, per qualche ragione, l’immagine parla in modo tutto suo:
«Sono una mente che prova a stare ferma.
Al centro c’è una pausa. Due barrette. Stop.
Non è vuoto: è sospensione.
Da una parte arriva una linea dritta, decisa.
È il pensiero che spinge, che vuole andare avanti,
che entra senza chiedere troppo permesso.
Dall’altra parte, invece, mi apro.
Mi ramifico.
Non vado in una sola direzione: esploro, tento, collego.
Ogni nodo è una possibilità, non una risposta.
Il mio corpo è morbido, non rigido.
Il contorno tiene, ma dentro è fluido.
Non sono caos: sono complessità che respira.
Se mi guardi bene, non sto scegliendo tra fermarmi o agire.
Sto imparando a regolare.
A lasciare passare ciò che serve
e a prendere tempo quando è necessario.»
Ecco: spazio, pausa, tempo.
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