quanto conta il contesto? Questo contesto ha contato tantissimo.

Pescheria vs profumeria: quanto conta il contesto?

C’è un video su Instagram che mi ha fatto pensare. Di primo acchito l’ho trovato divertente e anche immediato, facile. Il cuore del messaggio è: se vai al mercato del pesce, quando esci ti porti dietro l’odore di pesce. Se vai in profumeria, esci avvolta in una nuvola di profumo. In pratica, il contesto in cui sei, anche se non fai nulla in esso, ha un impatto su di te. 

Entriamo in un ambiente e qualcosa di quell’ambiente ci rimane addosso: possiamo decidere che ci va bene e restare o che non ci piace e andare altrove. La tesi del video (questo il link per vederlo, è in lingua inglese) è che il contesto conta, perché anche solo la frequentazione fa sì che ne assorbiamo qualcosa. 

Se vivi in mezzo a persone che si lamentano continuamente, pian piano ti adeguerai e farai come loro. Se stai con chi vede ovunque problemi, vedrai solo e innanzitutto problemi. Ma essere influenzati da un ambiente non significa diventarne parte, né riconoscersi in esso.

E qui c’è un punto su cui riflettere: il contesto non è fatto soltanto di persone e luoghi. È fatto anche di aspettative, giudizi, possibilità di azione e strumenti disponibili.

Un contesto può comunicarti, continuamente e anche senza dichiararlo, che non sei capace, che non sei abbastanza veloce, che non sei sufficientemente efficace. Oppure può comunicarti che puoi provare, sbagliare, imparare, trovare un modo personale di fare le cose.

Ti racconto un’esperienza personale, non per insegnarti qualcosa, solo per farti entrare nel mio ragionamento.

Mi piace guidare e amo fare viaggi lunghi in auto. Per come è iniziata, nessuno l’avrebbe mai detto.

Ho preso la patente a 18 anni e sono passati quasi 10 anni senza che io toccassi un volante. Sono rimasta una “neo-patentata” molto insicura per molto tempo e questo per vari motivi: poche le lezioni di guida e solo dall’autoscuola, rarissime occasioni di guida in famiglia. Inoltre, il fatto che io mi muovessi in auto da sola non era semplicemente contemplato.

Senza nessuna pratica, avevo paura di sbagliare e di fare danni e le poche occasioni di guida con l’utilitaria di casa erano uno strazio, per tutti. I miei genitori consideravano più sicuro per me essere scarrozzata in giro dagli amici automuniti e la cosa si è conclusa in un niente di fatto: potevo fare a meno di guidare.

C’è voluto un cambio di contesto con due persone che, in modi diversi, mi hanno messo al volante di auto (enormi) e mi hanno detto “adesso guidi” perché non consideravano plausibile alcuna alternativa.

Un contesto favorevole non è necessariamente quello in cui tutti ti dicono che sei il migliore, è quello che ti mette in condizione di fare, e sbagliare, in relativa sicurezza. Abbastanza sicurezza, non totale, quella che ti basta per muoverti. Ad esempio, ti dà qualche istruzione e conferme su cosa fai bene.

Nel primo contesto non c’erano soltanto giudizi svalutanti: mancavano l’accesso all’auto, la possibilità di fare pratica, un apprendimento accompagnato. Il giudizio arrivava prima dell’esperienza.

Nel secondo, invece, qualcuno mi ha messo al volante. Non mi ha convinta con lunghe rassicurazioni o discorsi sulla fiducia in me stessa. Mi ha messo le chiavi dell’auto in mano, mi ha dato qualche istruzione di base e mi ha permesso di fare qualcosa. Io l’ho letto come un gesto di fiducia nei miei confronti e non volevo disattenderlo. 

La paura del giudizio e di deludere le persone guidava comunque le mie azioni: nel primo contesto mi bloccava, nel secondo mi ha fatto agire. Quindi potremmo dire che non è la paura in sé il problema, ma quello che il contesto ti permette di farci (la paura è un argomento bellissimo).

Ripensando a questa situazione, mi rendo conto che, cambiati i tempi, ora magari avrei usato un’auto in car sharing e mi sarei disinibita in fretta. Allora mancavano molti strumenti che ora abbondano. Il contesto comprende anche il periodo storico, le risorse e i margini di autonomia realmente disponibili.

Quindi, dopo ho iniziato a guidare. Guidavo “bene”? Certo che no. Sicura e disinvolta? Neanche per sogno.
Ho imparato mentre continuavo a sentirmi inadeguata e c’è voluto del tempo, anche e soprattutto per tollerare sguardi non compiacenti.

Ho avuto ancora passeggeri in famiglia che mi hanno dato dell’incapace? Sì. Mi importava? Non troppo.
Per dirla con il video di Instagram, avevo un altro profumo addosso, e da lì è cambiato tutto.

La ragazza che guidava con terrore l’utilitaria di casa e quella che si è ritrovata al volante di auto enormi erano la stessa persona. Cosa era cambiato, allora? Non io, o almeno non subito. Era cambiato il contesto, e con lui la parte di me che aveva spazio per venir fuori.

Immagina un omino in uno spazio dove sono presenti insiemi diversi di persone. Ogni insieme è caratterizzato da un colore e da un messaggio specifico che gli appartenenti all’insieme condividono (es: “fa tutto schifo”, “c’è speranza”…). L’omino si muove da un gruppo all’altro e ogni volta che entra in un insieme cambia colore, assumendo quello del gruppo in cui si trova. 

È l’effetto camaleonte, o dinamica “Zelig”, che fa sì che ogni volta che sei in un contesto ti uniformi ad esso, e in un qualche modo ti definisci attraverso di esso.

Dopo quello che ho scritto finora, verrebbe da concludere che basti scegliere il gruppo giusto: stare con chi vede possibilità e tenersi lontani da chi vede solo problemi. Sembra una conclusione logica, e forse in parte è vera. Ma non credo che il punto sia trovare il colore giusto e restarci per sempre. Il problema non è muoversi tra i gruppi, è identificarsi ogni volta con il colore del momento. Se ogni nuovo colore diventa “chi sei”, prima o poi finisci per chiederti che cosa rimane di te. Cerchi una costante che ti parli di identità e non la trovi.

Questa ricerca di un colore che ti definisca può essere straziante, finché non ti accorgi che sei contemporaneamente di nessun colore e di tutti i colori.

Diverse parti di noi emergono e trovano voce in contesti diversi e la consapevolezza di questa molteplicità di parti permette di non dover scegliere “chi sei veramente” scartando parti di te che pensi inadeguate o che altri ti dicono essere sbagliate.

Non ti giochi il diritto a esistere su un solo colore, come se da quello dipendesse tutto. Sai stare in più colori mantenendo uno sguardo esterno che ti conferma che sei sempre tu ma con parti (colori) di te che escono in contesti diversi.
La neo-patentata insicura e quella che oggi ama i viaggi lunghi in auto non si escludono a vicenda: sono due colori della stessa persona. La seconda, forse, c’era già prima. Le mancava solo un contesto in cui prendere la parola.

Questa consapevolezza non è definitiva: può ampliarsi, perdersi temporaneamente, ritornare. Anche chi conosce bene la propria molteplicità può identificarsi nuovamente con un solo colore in certe condizioni.

Quindi, ritorniamo alla domanda del titolo: il contesto conta? Direi di sì, perché influenza le nostre possibilità, le nostre esperienze e i colori che emergono. La consapevolezza ci permette di riconoscere questa influenza senza trasformarla necessariamente in una definizione della nostra identità.

Mi chiedo allora quanto il contesto lo scegliamo e quanto ci capita. Forse la consapevolezza alla fine serve proprio a questo: non sempre puoi cambiare stanza, ma puoi accorgerti di che colore stai assumendo. O di che odore ti stai impregnando, se ritorniamo tra il mercato del pesce e la profumeria.

Non sei tutto d’un pezzo: è difficile accettarlo? Oppure l’idea ti riempie di possibilità e leggerezza?

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