La ferita che rimane

La formazione che ci chiama

La cosa bella di dedicare del tempo alla propria formazione – ai passaggi sul sé, come disse Giuseppe Varchetta – è che fai qualcosa che serve a te in prima persona.

Credo che il primo slancio verso un corso sia quasi sempre personale: “questo percorso mi chiama perché offre qualcosa a me”. Qualcosa ti chiama e non sai forse dargli un nome. Magari ti convinci che lo fai per imparare qualcosa di utile sul lavoro, ma non servirà a nulla se non ti metti in gioco in prima persona.

Se la formazione serve solo a raccogliere strumenti da applicare, può funzionare per un po’, ma invecchia subito e mostra molto presto i suoi limiti. 

Quando frequento un corso, anche dopo mesi rivedo gli appunti e scopro un mondo intero che mi si apre davanti. Perché di certo non mi ricordo tutto, e contenuti che a suo tempo non mi avevano colpito lo fanno magari a distanza, dopo che sono depositati e cresciuti, e io con loro.

Ad esempio, della Masterclass “H.E.A.L.” con Gabor Maté, io ricordo benissimo due cose: il motivo per cui l’ho iniziato e l’idea del trauma come ferita non guarita.

Nell’ordine. L’ho iniziato perché ho ascoltato Maté dal vivo al Convegno del Polyvagal Institute del 2024. Mi avevano colpito la densità dei suoi discorsi, la chiarezza delle spiegazioni e la sua capacità di integrare teoria e aneddoti personali di vita vissuta. Maté parla in modo sommesso e lento, e nel frattempo guarda le persone. Ha occhi tristissimi che si aprono in sorrisi incredibilmente caldi.

H.E.A.L., che in inglese significa “guarire”, è l’acronimo delle quattro fasi del corso (traduzione libera, mia): Hear the pain (ascolta la tua ferita), Empower yourself to heal (datti la possibilità di guarire), Align your relationships (Gestisci le tue relazioni in modo coerente), Lifelong healing (Continua a lavorarci, non è mai finita).

Il tema portante di H.E.A.L. – e di gran parte del lavoro di Maté – è il trauma.

È un argomento molto vicino anche alla Teoria Polivagale, infatti è dall’applicazione di questa nella gestione del trauma che deriva gran parte della sua fortunata accoglienza nel mondo della terapia psicologica e psichiatrica.

La Teoria Polivagale – lo ripeto spesso perché non è così evidente – NON è un protocollo terapeutico. È un approccio che trova applicazioni in ambiti molto diversi (sport, business, salute…), un nuovo modo di guardare alla persona a partire dalla sua fisiologia.


Trauma e ferita

Ritorniamo al trauma. La parola trauma deriva dal greco antico e significa “ferita”. È una ferita che non è guarita.

Ci sono due ordini di trauma:

  • trauma con la “T” maiuscola, quando accade qualcosa che non sarebbe dovuto accadere.
  • trauma con la “t” minuscola: quando non è accaduto qualcosa che sarebbe dovuto accadere.

Questa distinzione tra Trauma e trauma è controversa ma è chiara.

“T” maiuscola o minuscola non è valoriale, è solo un distinguo e trovo interessante che rimandi a due situazioni opposte dal punto di vista esperienziale.

In base a questa definizione, tutta la popolazione al mondo è traumatizzata. Perché è innegabile che durante la nostra vita chiunque di noi sia incorso in pochi o tanti episodi potenzialmente traumatici: Lutti, Tradimenti, Separazioni, Infortuni (Trauma)… ma anche mancanze di riconoscimento, di presenza, di autenticità, di sensazione di libertà (trauma).

Però, un evento che in potenza è traumatico non è il trauma. Neanche in caso di T maiuscola.


L’evento non determina il trauma

Un evento non è un trauma. 

Il trauma è quello che ti rimane, il risultato di quell’evento su di te.

Già questo ti fa capire che il trauma è una risposta individuale e personale. Eventi diversi possono aprire ferite simili, e lo stesso identico evento può risultare in un trauma per una persona e non per un’altra.

L’evento non determina il trauma, quindi. Quello che importa è il dopo: la possibilità che la persona si dà di curare la ferita che si è aperta.

Cosa succede a una ferita che non è guarita? 

Ad esempio, rimane aperta. E farà male ogni volta che viene toccata da azioni o da parole (e sì, le parole fanno un gran male). Questa ferita aperta è una miccia pronta a esplodere, può scatenare reazioni sproporzionate, imprevedibili e incontrollate. Il rischio è di cadere in balia del caos.

Oppure, la ferita si chiude con una cicatrice, magari importante. La cicatrice risolve il dolore, ma rimane un tessuto senza vitalità, senza crescita e senza sensibilità. La cicatrice tira, e la sua rigidità compromette la possibilità di aprirsi, di essere vulnerabili e di accogliersi come tali.

In entrambi i casi, la ferita ci tiene ancorati al passato – quando è stata generata è l’unico tempo importante per lei – e ignorarla non porta a nulla.
Sminuirla e negarla la rende più forte. La ferita è qualcosa di fisico. Il trauma cambia il corpo.
È una presenza che fa male per avvisarci che c’è qualcosa da ascoltare; e se non ascoltiamo, urla più forte per farsi sentire.

Questo concetto spesso sfugge nella nostra cultura fortemente intellettuale, in cui tutto ciò che è importante succede nella testa mentre il corpo sta a guardare.

Parlare con le proprie ferite è relazionarsi con esse e perfino scoprire che possono essere all’origine del nostro successo. In questo caso il trauma non blocca, ma rischia di trascinarci alla deriva, in una continua rincorsa a riempire vuoti.

Il trauma è un argomento affascinante. Avvicinarlo e guardarlo con curiosità è un esercizio potente. Analizzarsi al microscopio cercando tutti i traumi non ha molto senso, così come non ha senso prendere un manuale sulle malattie mentali e sfogliarlo cercando la propria per riconoscimento dei sintomi.


Fare pace con le proprie ferite

Sapere di vivere con dei traumi, maiuscoli o minuscoli, è prima di tutto sapere che ci sono parti di noi che possono attivarci, renderci momentaneamente irragionevoli e portarci fuori asse.

Fare pace con quelle parti non vuol dire “eliminarle” – il che, in ogni caso, non è proprio possibile –, ma accorgersi della loro attivazione prima che esplodano.

Significa anche riconoscersi umani, imperfetti, vulnerabili e vivi. 

Il trauma ci costringe nel passato ma, per quanto possa essere affascinante rintanarsi là dentro, l’unica dimensione che possiamo vivere davvero è il presente. 


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